Il dibattito politico odierno, pur parlando di destra e sinistra, sembra aver smarrito la bussola degli ideali. Ciò che appare evidente è una diffusa logica di opportunismo, un "pagnottismo" in cui la fedeltà ideologica viene sacrificata sull'altare dell'affermazione personale e della ricerca costante di un incarico o di un nemico da combattere. Questa fluidità, che vede figure migrare tra schieramenti opposti con sorprendente disinvoltura, erode la fiducia degli elettori e confonde i confini dottrinari.

Le vere ragioni storiche e filosofiche di destra e sinistra – il conservatorismo, la tradizione, la libertà individuale da un lato; la giustizia sociale, l'uguaglianza, l'emancipazione collettiva dall'altro – sono spesso ignorate in favore di slogan e polarizzazioni emotive. Si preferisce la retorica dello scontro alla complessità dell'analisi.

In questo clima di crisi ideale, l'occasionale e minoritario richiamo a estremismi come il fascismo o il comunismo, pur essendo storicamente devastanti, viene talvolta strumentalizzato. Non si tratta di una riscoperta sincera dei totalitarismi, bensì di un meccanismo per semplificare l'antagonismo. Definire un "nemico" con nomi evocativi, seppur tossici, è più facile che costruire un progetto politico coerente.

La politica si riduce così a uno scontro di facciata, dove l'ambizione personale maschera l'assenza di visioni autentiche per il futuro. Fino a quando non tornerà a prevalere l'etica della responsabilità sull'opportunismo, il sistema rimarrà un palcoscenico per figure volubili, più interessate al potere che al bene comune.

 

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