Il Ponte sullo Stretto può anche essere un’opportunità, ma oggi serve a coprire un tradimento. Non si può dire "sì" alla sfida tecnologica nel mare e poi rassegnarsi al nulla sulla terraferma. Il potere politico ed economico ha deciso che il Ponte è la vetrina del Paese, l’opera da copertina che attira capitali e visibilità. Ma questa solerzia si ferma un istante dopo lo sbarco: per la Locride e la costa ionica non c’è la stessa fame di futuro, solo l’eterna promessa di qualche rattoppo sulla vecchia statale.

Vogliamo la stessa attenzione. Se l’ingegneria può sfidare l’abisso tra Scilla e Cariddi, può e deve anche sollevare la viabilità ionica con un’autostrada vera, tutta su piloni e viadotti, che colleghi Reggio a Catanzaro senza costringere un intero territorio a viaggiare su una "strada della morte". Scegliere di investire miliardi sul Ponte ignorando la necessità di un’arteria pesante via Locri è una scelta di fatto per il sottosviluppo.

Il rilancio della Calabria non può camminare su una gamba sola. Il Ponte non deve essere il monumento al deserto, ma il motore che finalmente impone la costruzione di quell'autostrada ionica sempre negata. Non è una questione di fondi, è una questione di volontà: la Locride non è una riserva di serie B, ma un pezzo d'Europa che ha diritto alla stessa velocità, alla stessa sicurezza e alla stessa visione che si sta mettendo in campo per unire le due sponde.

 

 

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