Quando il valore supera il successo, un premio diventa un modo per riconoscere ciò che resta. Il Premio Girolamo Tripodi 2026 per me è stato questo: un momento in cui la memoria di un uomo che ho incontrato una sola volta, ma abbastanza per capirne la statura, si è intrecciata con la qualità umana dei premiati.

Tra loro, il mio pensiero va al magistrato Pietro Gaeta: una figura il cui prestigio nasce dalla serietà e dal senso di responsabilità. La sua presenza onora la sua storia personale e anche la comunità reggina alla quale resta legato, pur vivendo a Roma. In lui, come in altri, il valore non è un traguardo: è un modo di stare al mondo.

Accanto a me c’erano Filippo Veltri, Teresa Marafioti, Paolo Campolo e Anna Barbaro: percorsi diversi, ma un filo comune. Lo ha detto con semplicità Pietro Gaeta, ricordando che «mi sento davvero piccolo a pensare che qui, accanto a me, c’è chi ha salvato vite umane nella tragedia di Crans-Montana; chi, nella medicina, le salva ogni giorno; e chi ancora — atleta paralimpica e campionessa di triathlon — ha fatto dello sport un riscatto sociale; e chi del giornalismo una missione di vita».

In queste parole c’era tutto: il valore che non fa rumore, ma pesa. Ci sono incontri che non si archiviano: si portano. E io questo lo porto con me.

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