Il mio cammino verso Santiago non è stato soltanto un attraversare sentieri, ma un avanzare interiore, dove il cuore spesso arrivava prima dei piedi. Ogni passo ha aperto uno spazio nuovo, ogni fatica ha rivelato una parte di me che taceva, ogni incontro ha lasciato un segno lieve ma duraturo. Ho imparato a camminare con ciò che basta, lasciando indietro il superfluo come si lascia cadere un peso che non serve più. Quando, dal monte, ho visto per la prima volta la Cattedrale, ho capito che quel momento non apparteneva solo al viaggio, ma a una lunga storia che mi precede.

Era come se tutte le strade percorse finora convergessero lì, in quell’istante sospeso tra desiderio e compimento. Ho guardato la città con gratitudine, pensando alle persone che amo e alle comunità che porto nel cuore: presenze che mi hanno accompagnato senza fare rumore.

Camminare verso Santiago significa accettare la propria fragilità e riconoscere una forza che nasce proprio da essa. È affidarsi al ritmo dei passi, alla luce che cambia, al silenzio che insegna. Ora che la meta è vicina, so che ciò che cerco non è un traguardo, ma un modo più vero di stare al mondo: con più ascolto, più umiltà, più gioia.

Questo cammino mi ha trasformato senza clamore, come fa il vento con le pietre: levigando, rivelando, restituendo. Dove il cuore arriva prima dei piedi, nasce sempre qualcosa di nuovo.

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