Prima di osare parlare di guerra, portati a Sarajevo, come feci in una visita non recente, ma incisa nell’anima. L’uranio impoverito, allora un’ombra lontana, si rivelò carne viva: effetti devastanti su corpi e spiriti della guerra in Bosnia. Passeggiavo tra strade vivaci, eppure intrise di silenzio rotto da cippi lapidei ovunque – lapidi che gridano il valore di vite negate da altrui volontà.
Quei monumenti, non sbiaditi dal tempo, mi perseguitano ancora.
Le morti belliche non istruiscano chi ignora il lutto.
Gioite, guerrafondai: la vostra ora è segnata. Non rivivrete un’altra vita. Semmai patirete all’ennesima potenza le sofferenze inflitte ad altri – la legge del contrappasso dantesca vi condanna senza scampo. Il male trionfa in singole battaglie, ma soccombe alla “guerra” finale.
La Gerusalemme occidentale geme come quella asiatica sotto angosce identiche. Responsabili di genocidi, crimini di guerra e complici muti pagheranno: pene esponenziali, eterna condanna.
Ho lasciato un pezzetto di cuore tra il verde cittadino, il tunnel sotto l'aeroporto e la biblioteca di Sarajevo.
Una terra che ti entra dentro e non ti lascia più.